Roma Ostia 2012

pubblicato 28 feb 2012, 10:39 da Web Administrator   [ aggiornato in data 28 feb 2012, 10:40 ]
di Agostino Terranova
 

Si da quando ho memoria, la corsa è sempre stata una componente delle mia vita.

Dai primi passi incerti sino a quelli della prima corsa agonistica lei è sempre stata li, come una specie di angelo custode, a vegliare sulla mia crescita, sul mio “andare” e “divenire”.

Ma solo a partire dagli ultimi mesi del 2011 ha acquisito un nuovo connotato, un significato diverso.

Il tutto è nato dall’aver deciso di dedicare qualcosa di speciale, qualcosa che non avevo mai fatto, a mia figlia che nascerà tra pochi mesi, e la scelta è caduta sulla mezza maratona Roma Ostia.

Ho iniziato così a seguire un piano di allenamenti che mi ha portato a strettissimo contatto con la corsa sotto un nuovo aspetto che mi ha permesso, osservandola da questo nuovo punto di vista, di scoprire aspetti su cui non mi era mai capitato di soffermarmi prima e che sono poi, in definitiva, il motivo che mi spinge a scrivere.

Murakami in un suo libro, “L’arte di correre” descrive come la corsa sia entrata nella sua vita e quello che significa per lui e, un po’ emulandolo in fin dei conti, mi ritrovo a ripercorre le sue osservazioni , in alcuni punti, le sue stesse sensazioni  e emozioni.

Durante gli allenamenti ho scoperto come realmente la vicinanza che si raggiunge nel contatto con se stessi sia altissima, come la corsa mi mettesse in contatto con la natura attraverso il freddo ed il caldo, gli odori e i colori, i suoni, come rendesse l’azione del correre non solo un attività sportiva ma un esperienza.

Un esperienza attraverso la quale poter andare alla scoperta di me stesso, dei miei limiti e non solo fisici, di come la mia mente si apra e si predisponga al cambiamento che, inevitabile, la corsa ha portato con se.

Siamo esseri mutevoli.

Anche la corsa lo è.

Si può correre a diverse velocità e su diverse distanze, con condizioni atmosferiche differenti, da soli o in compagnia. Si può correre in posti diversi, al chiuso o all’aperto, si può correre con obiettivi diversi, contro se stessi o contro gli altri e persino contro il tempo. Ma io credo che non si può affrontare una corsa senza subire un mutamento. Al termine di una corsa saremo esseri diversi. Questo è un dato di fatto non solo sostenuto e avallato da dati scientifici ma che costatiamo personalmente a livello di percezioni.

La percezione di noi stessi, il sentirsi parte di un tutt’uno, questo immenso universo che ci ospita che, improvvisamente, sembra farsi piccolo e finito, dove tutto ci sembra raggiungibile e fattibile, il raggiungimento di una consapevolezza di se che conduce “altrove”, quell’”altrove” che allo stesso modi si trasforma in “altro” e, in questo, la mutevolezza si concretizza.

Il mutevole è un concetto che mi ha sempre affascinato e forse è anche per questo che ho subito il fascino di questa “nuova” esperienza, la corsa come mai prima l’avevo vissuta.

C’è un prima, fatto di preoccupazione e timore, di non essere all’altezza dell’obiettivo prefissato, di non essere, giustamente, sicuri di farcela e esiste un dopo, un momento in cui le nostre paure possono essere confermate o sbaragliate da un numero, un tempo, che è in grado di raccontarci di noi più di quanto molte parole possono fare e, in mezzo, tra il prima e il dopo, c’è la corsa.

Ecco, una cosa fondamentale su cui mi sono trovato a riflettere è proprio quel “mezzo”, quel frangente temporale compreso tra il prima e il dopo, dove la nostra vita scorre e trova nuova linfa vitale e mi sono ritrovato a scoprire che gli obiettivi raggiunti sono solo una logica conseguenza dell’aver deciso di vivere quel tempo “in mezzo” accettando l’idea di poter perdere, di fallire, trovando il coraggio di farlo giorno dopo giorno, alzata dopo alzata, sentendo la mia convinzione rafforzarsi  proprio in quei giorni un cui l’idea di non farcela era più forte e mi costringevo ad infilarmi le scarpette e ad affrontare la strada.

Quella strada che, come noi, subisce l’inesorabile processo di mutazione: da nemica ad amica.

Questa esperienza, se ancora ce ne fosse bisogno,  mi ha ribadito ancora una volte come pur essendo “animali” di gruppo, abbiamo bisogno della nostra solitudine, del nostro spazio e del nostro tempo da non condividere con nessuno se non con noi stessi, un tempo di preparazione e di crescita, un tempo di fatica e sofferenza per poter poi giungere alla riconciliazione con il “gruppo”, alla condivisione di questa fantastica esperienza in gara dove la sofferenza si tramuta in gioia e la fatica in soddisfazione chiudendo così un cerchio magico fatto di energie singole e collettive.

E quel brivido sulla pelle che più e più volte mi attraversa mentre corro diventa il “segno ”, la consacrazione, di vivere davvero la mia vita come protagonista e non come spettatore.

Contrariamente a quello che il gesto fisico racconta, la corsa e un momento in cui mi soffermo realmente sulla mia vita, un esperienza che, per essere vissuta necessita obbligatoriamente del suo tempo. Non si può correre di corsa così come non si può vivere di corsa.

Comments