La mia prima maratona

pubblicato 26 nov 2012, 13:51 da Web Administrator

di Agostino Terranova

Non cercherò di raccontare una maratona perché credo che sia uno di quegli eventi della vita che non possono essere descritti con le parole ma che possono solo essere vissuti e, anche quando li si vive, ci vuole un po’ di tempo per realizzare che si è riusciti nell’impresa.

Si, perché su questo non ci sono dubbi, si tratta di un’impresa.

Quello che voglio condividere in questo spazio e quindi con i Padroni (fra l’altro è anche grazie a loro se ho aggiunto questo nuovo tassello alla mia vita) sono le sensazioni che mi hanno attraversato durante la giornata, non solo durante la corsa (una maratona non ti “investe” solo mentre la corri!).

Inizio dalla notte: insonne ovviamente.

Troppa adrenalina, troppa impazienza di partire, allacciarsi le scarpe, essere li.

Poi si fa mattino e sono li, tra altri migliaia, magliette e scarpette colorate, palloncini ( e non solo quelli dei riferimenti al tempo), musica, speaker e annunci.

Il clima è quello giusto, una leggera punta di freddo sulle gote ma ha vita breve.

L’attesa non è ancora finita.

In fila, lentamente (a tratti costretti addirittura a fermarci ), ci portiamo all’interno della griglia di partenza e l’adrenalina continua a salire, le gambe non vogliono saperne di stare ferme, i battiti del cuore rincorrono impazziti tutto quello che gli occhi cercano di registrare.

Ed ecco che il gruppo si muove e io con lui, corro.

Sono partito, la mia prima maratona ha preso inizio, corro.

Cerco di respirare e correre in modo rilassato, mi lascio distrarre un po’ da tutto tranne dal pensiero della distanza che dovrò percorre e di quando arriverà la mia crisi (il famoso “ muro “ che ho scoperto e di cui non conoscevo l’esistenza nella mia ignoranza), corro.

Sono in compagnia, Fabrizio mi “traghetta” anche in questa avventura come già avvenuto per la mezza Roma Ostia, detta il passo, sono sicuro che imposterà la corsa al meglio, sono sereno e sento una sensazione positiva che mi attraversa, corro.

Durante il percorso la musica e la gente ai bordi della strada sono incredibilmente di supporto, i bambini che ti “battono il cinque” mi commuovono sino quasi alle lacrime e corro.

Al 35° kilometro, dopo la prima sosta al 30°, arriva la crisi (mi schianto contro il “muro”), il corpo detta il suo stop, la mente sembra aver reagito bene ma deve piegarsi al limite fisiologico, mi viene da piangere al sentirmi così impotente, al non avere il controllo totale del mio fisico e non corro, cammino.

E cammino sino al 41° kilometro per poi riprovare a riprendere la corsa, inizialmente impedita dai crampi quasi subito spariti, e corro, sino alla fine, sorretto da Fabrizio che mi conduce al traguardo prendendomi la mano e ancora una volta sento le lacrime gonfiare gli occhi, la vista si appanna ma non per la fatica e, magicamente, sono dall’altra pare della dirittura di arrivo e mi fermo, non corro più.

Non correrò più per oggi.

Questa corsa o maratona (in entrambi i casi mi sembrano termini riduttivi) mi ha senza dubbio cambiato, da oggi il mio punti di vista sulla sofferenza sarà certamente diverso, da oggi il mio rapporto con la corsa sarà diverso, io sarò diverso, inevitabilmente.

Da oggi posso considerarmi un maratoneta, una delle tante cose che sono felice di essere.

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